Ecco il racconto molto significativo di una insegnante che riceve l’incarico di seguire una bambina con grave minorazione visiva al primo anno della scuola secondaria.

« Alcuni anni fa ho ricevuto l’incarico, quale insegnante di sostegno in una scuola media inferiore della provincia di Vercelli, di seguire un’alunna del primo anno, che chiamerò Alessandra, con grave disabilità visiva. La notizia che sarei stata a contatto con una persona non vedente mi lasciò sgomenta, nonostante avessi già ricoperto incarichi analoghi con bambini disabili.
 
Dalle prime informazioni assunte dalla Scuola di provenienza, seppi che la bambina era dotata di buone capacità cognitive e aveva concluso il primo ciclo scolastico con risultati assai promettenti. Gli strumenti e il metodo di studio che aveva seguito mi erano totalmente sconosciuti, in quanto la bimba usava correttamente il braille e si appoggiava a strumentazioni che privilegiavano gli accorgimenti tattili e sonori anziché quelli visivi.
 
Passai diverse notti completamente insonni, tormentata dal pensiero di come cavarmela in una situazione simile per essere di aiuto ad Alessandra. Inoltre mi ponevo diverse domande su come rivolgermi o anche solo avvicinarmi a lei, e quali parole usare al posto di “vedere”, per non crearle disagio e cadere in situazioni imbarazzanti per entrambe.
 
Le nozioni acquisite presso un corso di formazione per insegnanti di sostegno frequentato alcuni anni prima e inerente le diverse disabilità sensoriali, si rivelarono inadeguate, dandomi però l’idea di rivolgermi a uno dei docenti del corso stesso, non vedente. Questi, dopo avermi tranquillizzata, mi indirizzò presso la sede di Vercelli dell’Unione Italiana Ciechi ove avrei trovato persone in grado di aiutarmi concretamente. Infatti incontrai alcuni membri dell’Associazione ai quali esposi tutte le mie preoccupazioni. Per fortuna seppi che non ero l’unica insegnante a trovarmi in quelle condizioni, perché in seguito alla chiusura degli Istituti regionali per ciechi (con sedi uniche nel capoluogo di Regione e dotati di scuole speciali rivolte ai bambini ciechi dalla scuola materna alle superiori) gli alunni minorati della vista erano stati inseriti nelle classi “normali” delle scuole più vicine alla loro residenza. Questo, pur presentando diversi aspetti positivi, aveva creato grosse difficoltà dal punto di vista didattico, dal momento che le scuole erano totalmente sprovviste di materiale didattico specifico tattile e di testi in braille o ingranditi e tanto meno di insegnanti con competenze appropriate.
 
Presso l’Unione Italiana Ciechi trovai materiale didattico tattile, testi in braille e libri tematici inerenti la metodologia relativa all’integrazione scolastica dei bambini non vedenti. Ebbi così modo di confrontarmi con altre insegnanti di sostegno e con persone qualificate con conoscenze specifiche in materia che mi consentirono di acquisire nozioni tecniche indispensabili per il compito che mi accingevo ad affrontare.
 
Nel corso degli anni successivi, portai con successo e soddisfazione Alessandra al conseguimento della licenza media inferiore, riuscendo anche a stimolare il lei il desiderio di proseguire gli studi, culminati con il conseguimento del diploma di maturità.

Il mio rapporto con Alessandra continuò anche oltre l’ambito scolastico, d’altronde gli anni trascorsi con lei hanno rappresentato il più importante arricchimento del mio bagaglio culturale e umano di insegnante ».

A distanza di quasi trent’anni dall’inserimento scolastico dei bambini non vedenti nella scuola pubblica, la realtà didattica non è cambiata di molto, anzi sotto certi aspetti si è addirittura aggravata, soprattutto con l’avvento di strumentazioni informatiche utilizzabili anche dai non vedenti. Se infatti da un lato questi favoriscono enormemente l’apprendimento e l’autonomia nello studio da parte degli alunni, dall’altro trovano assolutamente impreparati gli insegnanti specie nel gestire software e apparecchi specificamente progettati per l’uso da parte dei minorati della vista (screen reader con sintesi vocale, display braille che consentirebbero all’alunno di usare da solo il computer, stampanti braille, sistemi per il riconoscimento dei testi con sintesi vocale o display braille e in particolare quei programmi di recente introduzione volti allo studio della matematica, materia con alta difficoltà di rappresentazione in braille). Ciò si aggiunge alle ancora attuali difficoltà di reperire in tempi utili testi trascritti in braille, ingranditi o digitalizzati, e materiale tattile da studio (cartine geografiche, schemi in rilievo di oggetti, animali, piante …).

In più sono pressoché inesistenti corsi istituzionali di formazione e aggiornamento, rivolti a insegnanti di sostegno e curricolari e a operatori sociali, in grado di fornire un’adeguata conoscenza delle corrette strategie didattiche da adottare.

Per ultimo, sebbene non per importanza, è da sottolineare il fatto che mai vengono presi in considerazione gli aspetti psicologici e sociali che si presentano nel momento in cui si entra in contatto con le problematiche di un alunno con disabilità visiva, problematiche attinenti al suo vissuto e al contesto ambientale e familiare in cui vive.

Inoltre, è indispensabile tenere in considerazione la diversa metodologia didattica da adottare nel caso in cui il bimbo sia cieco assoluto oppure possegga un residuo visivo.

Discorso a parte ancora più complesso da affrontare riguarda il momento in cui l’alunno inserito nel contesto scolastico non soltanto è non vedente ma è affetto anche da minorazioni aggiuntive che rendono maggiormente problematico il tipo di intervento, quasi mai solo di natura cognitiva ma di supporto per il raggiungimento di una più elevata autonomia personale, per quanto sempre entro certi limiti.